Alimentazione e COVID-19 fattore determinante

Mentre tutti possiamo essere colpiti da COVID-19, gli anziani, le minoranze sottorappresentate e i soggetti con condizioni mediche critiche  sono a maggior rischio.

Sebbene gli studi sull’uomo che valutano il ruolo di un’alimentazione alterata in questo tipo di pazienti siano ancora limitati, un’alta frequenza di obesità nei pazienti ricoverati con COVID-19,  e con valori di indice di massa corporea aumentati, segnala una tendenza alla gravità della malattia.  I dati osservativi sono stati per lo più estrapolati dopo la pandemia di H1N1 nel 2009. Una meta-analisi eseguita con 3059 individui ha riportato una maggiore probabilità di ricovero in unità di terapia intensiva o di morte per individui con BMI (indice di massa corporea) >40 kg/m .

Durante la pandemia di COVID-19, è stata invece riferita la  necessità di ventilazione meccanica in circa il  90%  dei pazienti con un BMI >35 kg/m 2 , mentre un altro studio di coorte ha dimostrato che su 5700 pazienti (di cui il 41,7%  sotto ventilazione meccanica) era obeso. La malnutrizione, sia essa in eccesso che male equilibrata,  sembra essere elevata tra questi pazienti, con una prevalenza del 52,7% nei pazienti anziani ricoverati, agendo come un fattore prognostico negativo. E’ stato altresì dimostrato che la malnutrizione ospedaliera è associata ad un aumento della durata della degenza ospedaliera (LOS) , mortalità intraospedaliera e tasso di riammissione. Gli squilibri dello stato nutrizionale hanno di fatto un’importante rilevanza epidemiologica, e se ci soffermassimo a pensare che 1,9 miliardi di individui sono affetti da sovrappeso (600 milioni da obesità), 800 milioni da denutrizione cronica e >2 miliardi da carenze di micronutrienti, ci sarebbe tanto da riflettere sulle strade future da intraprendere per rimediare a questo disastro sociale.

Stato nutrizionale e infiammazione

L’obesità potrebbe rappresentare un importante fattore di rischio per l’infezione da SARS-CoV-2 e potrebbe avere un ruolo cruciale nel decorso della malattia, sia riguardo il rischio di infezione che per la prognosi. Ciò potrebbe essere principalmente spiegato dallo stato infiammatorio costante fornito dal tessuto adiposo, che rappresenta la modulazione alle risposte immunitarie.

L’adipe agisce  come una ghiandola endocrina: immagazzina e rilascia grandi quantità di differenti molecole tra cui la leptina, la quale ha una somiglianza strutturale con altre citochine pro infiammatorie e sembra agire  sulla regolazione dell’assorbimento del glucosio, avviando così la produzione di cellule che favoriscono il rilascio di citochine pro infiammatorie.

Figura 1 . Il tessuto adiposo come ghiandola endocrina e paracrina crea un microambiente infiammatorio, in cui macrofagi e linfociti B contribuiscono alla secrezione di molecole proinfiammatorie, ed è una fonte di IL-8. Infatti, la leptina, che tende ad essere sovraespressa in relazione alla massa grassa, agisce con attività pleiotropica potenziando la cascata infiammatoria e modulando l’immunità cellulo-mediata. IL, interleuchina; TNF, fattore di necrosi tumorale.

Diffusione virus e alimentazione

È stato ipotizzato che lo stato nutrizionale potrebbe influenzare la diffusione del virus e il potenziale di trasmissione. Questa ipotesi è stata rafforzata da uno studio di Moriconi et al., che ha osservato che i pazienti obesi con COVID-19 richiedono un ricovero più lungo, più cure intensive con supporto di ossigeno, con  una maggiore diffusione del virus. La malnutrizione può anche essere associata a una minore reattività ai vaccini. Ciò è dovuto al ruolo cruciale della nutrizione nella modulazione delle risposte immunitarie e nella minore produzione di antigeni.

Malattie associate all’obesità ed effetti su COVID-19

Diverse condizioni cliniche come la broncopneumopatia cronica ostruttiva, la malattia cardiovascolare cronica, l’ipertensione, il diabete e malattia cerebrovascolare, sono complicazioni che, se associate all’obesità, agiscono come fattori di rischio indipendenti per un decorso più grave della malattia nei pazienti con COVID-19.

Figura 2 . Complicanze respiratorie dell’obesità e loro potenziale ruolo nell’influenzare il decorso di COVID-19. I pazienti obesi presentano alterazioni polmonari in cui un ambiente proinfiammatorio favorisce il rilascio di molecole immunomodulanti, e un’alterazione strutturale che potrebbe peggiorare l’esito della polmonite virale in termini di scambi respiratori e replicazione del virus. IL, interleuchina.

La dieta occidentale moderna

Parlando di nutrienti, molti medici si sono per lo più espressi sulla funzione, la mancanza e la necessaria integrazione dei singoli oligonutrienti. Pochi medici e pochi studi,  si sono invece espressi su quali siano i cibi da evitare e quali invece quelli da preferire.

Diete maggiormente basate su un alto tasso di consumo di grassi saturi, zuccheri e carboidrati raffinati (dieta occidentale moderna), in tutto il mondo, contribuiscono alla prevalenza dell’obesità e al diabete di tipo II, mettendo la popolazione ad un aumentato rischio di mortalità e  di gravi conseguenze da COVID -19. Sono proprio gli alimenti appartenenti alla dieta occidentale moderna implicati nell’attivazione  del  sistema immunitario innato (immunità di tipo aspecifico presente sin dalla nascita – detta anche immunità ereditaria) e alla compromissione dell’immunità adattativa (insieme di risposte specifiche attivate dal sistema immunitarie verso specifiche situazioni –  immunità acquisita , portando a infiammazione cronica (vedi figura 1) e alla compromissione della difesa dell’ospite contro i virus.

Le conseguenze a lungo termine

L’infiammazione periferica causata da COVID-19, pare possa  avere conseguenze anche a lungo termine, sopratutto in coloro che, superata la fase acuta dell’ infezione, riportano un conseguente sviluppo di condizioni mediche croniche come demenza e  malattie neurodegenerative; situazione che probabilmente avviene attraverso meccanismi neuro-infiammatori presumibilmente aggravati da una dieta ricca di grassi saturi di cattiva qualità, zuccheri e cibi raffinati. L’alimentazione, ora più che mai,  deve avere un ruolo centrale con una priorità assoluta. I cittadini, tutti, devono avere  la possibilità di poter accedere a cibi biologici, integrali, senza additivi – coloranti – conservanti, con ampia varietà di frutta e verdura del territorio, ma soprattutto, ogni singolo individuo, deve diventare consapevole che delle sane abitudini alimentari riducono l’aggressività e le complicazioni a breve e a lungo termine del COVID-19 (e non solo).

Un sistema immunitario esposto

Oltre all’immunità innata, un’alimentazione maggiormente basata su un alto tasso di consumo di grassi saturi, zuccheri e carboidrati raffinati, inibisce (come abbiamo esposto sopra) il sistema immunitario adattativo con importanti conseguenze nella difesa dell’organismo nei confronti del/dei virus.

In  uno studio su topi alimentati con dieta occidentale moderna, si è inoltre evidenziato un deficit delle cellule T coinvolte nella memoria contro l’influenza con ridotta risposta all’antigene e alla clearance del virus (Green e Beck, 2017). Questo porta ad una compromissione significativa dell’immunità adattativa e un aumento dell’immunità innata, portando quindi ad una infiammazione cronica che compromette gravemente la difesa dell’ospite contro i patogeni virali. Poiché la conta delle cellule T e B è significativamente più bassa nei pazienti con COVID-19 gravi (Qin et al., 2020), si ipotizza esserci una interazione tra il consumo di alimenti appartenenti alla dieta occidentale moderna e la compromissione dell’immunità adattativa, con una peggiore prognosi dell’ infezione virale.

Come potenziare il nostro sistema immunitaria attraverso l’alimentazione

Come abbiamo visto, i modelli alimentari possono peggiorare lo stato infiammatorio dell’organismo. Ci sono però modelli alimentari che possono agire a nostro favore. I gruppi di alimenti sotto elencati, hanno fortemente evidenziato di poter influenzare la mortalità totale e  la malattia infettiva stessa.

Via liberaRidurre fortemente/eliminare
Cereali integrali e fibra alimentare;

Frutta secca oleosa;

Frutta e verdura;

Agrumi;

Pesce;

Tè verde;

Alimenti provenienti da agricoltura biologica;

Carni rosse e lavorate;

zuccheri raffinati;

cibi raffinati in genere;

grassi trans e di cattiva qualità;

alimenti ad altra densità calorica in genere;

additivi, coloranti e conservanti;

Agricoltura convenzionale ricca di pesticidi;

 

 

Interventi: un modello alimentare raccomandabile anche per proteggere dalla COVID-19 dovrebbe essere ricco di acidi grassi omega-3 da fonti marine (o vegetali), rispetto ad acidi grassi saturi, trans (e omega-6); povero di zuccheri raffinati, ma ricco di cereali integrali, verdura e frutta fresca e secca oleosa, vitamine, minerali e fitonutrienti (es. antocianine). I costituenti antinfiammatori possono essere utili durante la fase iperinfiammatoria da COVID-19, ma andrebbero evitate alte dosi di singoli composti antinfiammatori e/o antiossidanti, per non ridurre la risposta infiammatoria quando serve. Carni rosse e lavorate hanno forte azione infiammatoria, aumentano anche la mortalità da infezioni, da malattie degenerative e le emissioni di gas-serra. È anche importante scegliere cibi da agricoltura biologica, per i vantaggi per la salute e la riduzione delle antibioticoresistenze, come riconosciuto da un Rapporto all’Europarlamento, e da un Rapporto di esperti alla FAO sull’Agroecologia per la sostenibilità agricola e la sicurezza della nutrizione.

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Un cibo sano uguale per tutti

Come accennato in precedenza, gli alti tassi di obesità e diabete tra le popolazioni minoritarie possono spiegare, almeno in parte, le disparità di salute osservate in risposta al COVID-19 (Dharmasena et al., 2016). I dati suggeriscono che le barriere per accedere a scelte alimentari sane e all’educazione alimentare sono aumentate per le minoranze, probabilmente a causa dell’aumento dei tassi di povertà e della riduzione dell’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità negli Stati Uniti (Dharmasena et al., 2016), problema ormai palpabile anche nella nostra nazione.

L’accesso a cibi integrali sani e freschi dovrebbe essere reso più facilmente disponibile per tutti coloro che normalmente non possono permetterselo poiché gli studi dimostrano che il consumo di cibi sani ha un rapido effetto antinfiammatorio, anche in presenza di patologie legate all’obesità (Connaughton et al., 2016).

Una politica da cambiare

Un cambiamento delle politiche volte a lavorare per ridurre sovrappeso e obesità nei cittadini coinvolti, avrebbe benefici a lungo termine anche sulla prevenzione delle malattie e sul risparmio del Sistema Sanitario Pubblico incluso COVID-19, poichè i vaccini hanno dimostrato essere meno efficaci negli individui obesi (Green e Beck, 2017). Inoltre, nelle popolazioni più a rischio la gran parte  dei pazienti COVID-19, superata la malattia,  potrebbero riportare una serie di conseguenze croniche indirette. Tra queste, oltre al potenziale danno polmonare a lungo termine, non sono da sottostimare possibili impatti sulla funzione neurologica.

La grande quantità di individui che si riprenderanno da COVID-19 potrebbe portare a un picco di condizioni mediche croniche  ulteriormente aggravate da dieta malsana o in pazienti vulnerabili.

Prevenzione a Tavola

A questo punto non ci resta che esprimere la nostra raccomandazione, ovvero che le persone possano arrivare a comprendere l’importanza di doversi astenere dal mangiare cibi ricchi di grassi saturi, cibi raffinati e zuccheri, unitamente ad un eccessivo consumo di carni rosse, carni conservate e proteine animali in genere, e indirizzare la loro alimentazione verso un consumo elevato di  fibre, cereali integrali, grassi insaturi e antiossidanti  e migliorare così non solo la funzione immunitaria, ma lo stato di salute fisico e mentale nel suo complesso.

Testo scritto da Elena Alquati con la supervisione medico scientifica del Dr. Antonino Frustaglia – medico cardiologo esperto in scienza della nutrizione e membro del comitato di esperti di Prevenzione a Tavola.

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