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Tumore vescica, fumo principale fattore rischio

78% italiani non sa che si può prevenire, 37% non ne ha mai sentito parlare

Pubblicato il 18/07/2017 da Prevenzione a tavola

 Il principale segnale è la presenza di sangue nelle urine, visibile a occhio nudo o solo al microscopio, senza dolore. Altri sintomi iniziali possono essere la necessità di urinare più frequentemente, l'urgenza, il dolore o la difficoltà nel farlo. Il fumo è invece il primo fattore di rischio. Queste alcune informazioni che è essenziale conoscere sul tumore della vescica, di cui non si parla molto , nonostante colpisca ogni anno 26.600 persone e il numero di nuovi casi sia in aumento, e che gli italiani conoscono poco. Il 37% non ne ha mai sentito parlare, secondo il 68% è inguaribile e il 78% non sa che si può prevenire. Il 52% ignora che interessa soprattutto gli uomini e solo il 23% considera il fumo possibile causa.

LEGGI ANCHE: Il 65% dei tumori alla vescica nell’uomo sono causati dalle sigarette

    Emerge da un sondaggio su 1.562 persone dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). L'indagine fa parte di 'Non avere TUTimore', campagna di sensibilizzazione sul Tumore Uroteliale. "Sette italiani su dieci non sanno che attraverso stili di vita sani è possibile evitare il cancro - afferma Carmine Pinto, Presidente Aiom - il 24% fuma regolarmente e la metà almeno un pacchetto al giorno. Questo vizio è la causa di circa il 50% di tutti i tumori del tratto urinario. La presenza di sangue nelle urine rappresenta un campanello d'allarme. Il persistere o ripetersi deve rappresentare un segnale forte da non sottovalutare. Solo il 29% informa il proprio medico".

"Il 78% dei pazienti italiani riesce a sconfiggere questo tumore - sostiene Sergio Bracarda Direttore del Dipartimento Oncologico Azienda USL Toscana Sud-est, Arezzo -. Finora in fase avanzata è stato principalmente trattato con la chemio, ma non sempre in modo ottimale, per la presenza di complicanze come l'insufficienza renale. E' difficile da curare perché colpisce soprattutto persone anziane e quindi spesso con altre malattie.Studi clinici hanno evidenziato il ruolo dell'immunoterapia con l'introduzione di anticorpi anti-PD1 e anti-PD-L1. Questi farmaci hanno dimostrato di essere efficaci e meglio tollerati rispetto alla tradizionale chemio". (Fonte)

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