Siamo tutti bio-illogici?

Report è ricominciato: oltre a far parlare di sé per la decisione di Milena Gabanelli di lasciarne la conduzione dopo vent’anni di attività, ha creato molto clamore per la prima inchiesta mandata in onda: Bio-illogici, firmata da Bernardo Iovene, ha mostrato il lato oscuro del sistema di certificazioni del cibo biologico italiano (e non). Un fatto che ha indignato alcuni, intristito altri. Ma è davvero tutto così marcio, questo sistema?

Quello del cibo “bio” sta diventando un tema molto controverso, anche per gli enormi interessi che si porta dietro. Soprattutto in Italia, primo produttore europeo di “organic food”, dove operano ben 60mila aziende specializzate e dove i consumi, in linea con quelli di Paesi al di sopra delle Alpi, stanno crescendo a due cifre percentuali (21% solo nei primi sei mesi di quest’anno). Una torta molto ricca da spartire, che può fare gola anche a molti farabutti.

Personalmente è da diversi anni che, nel limite della decenza (cioè di prezzi non eccessivamente maggiorati) scelgo il bio. Ma è da altrettanti anni che mi faccio di verse domande. La prima, ricordo, è stata sulla provenienza dei cibi: ero davanti a un mazzo di cipollotti bio provenienti dal Kenya, e mi chiedevo se aveva più senso acquistare quelli o quelli non-bio provenienti praticamente da dietro casa. Optai per i secondi.

Una scelta, quella di comprare prima i prodotti locali, poi quelli bio, che si è rafforzata in me vivendo per alcuni anni nella campagna piemontese. E’ proprio lì, infatti, che ho avuto modo di vedere come molti piccoli produttori, non nelle condizioni di o non interessati ad avere una certificazione bio, fossero in realtà molto più “biologici” di altri grandi produttori pieni di certificazioni e bollini verdi vari.

E sempre lì ho avuto modo di conoscere bene un giovane ortolano che, due giorni a settimana, vendeva i suoi prodotti in un cortile di un paesino dell’astigiano. Un giovane sveglio, con le mani sporche di terra, che un giorno me lo ha detto chiaro e tondo: il biologico non esiste, e per come lo descrivono è impossibile da applicare. Ergo: senza un po’ di chimica, va a ramengo la maggior parte del raccolto.

Altra tegola sulla testa del biologico, il recente intervento di uno studioso che ho avuto modo di conoscere di persona, Luigi Mariani, climatologo forse eccessivamente innamorato della tecnologia e delle possibilità che offre, ma intellettualmente onesto. Che, in un post per il sito Agrarian Sciences, mostra come negli Usa con il biologico le rese siano diminuite drasticamente: “Rispetto all’agricoltura convenzionale nel 2014 si sono registrate rese inferiori del 34% per frumento, del 35% per mais, del 32% per soia, del 62% per patata, del 50% per pomodoro e del 40% per melo”. Ha senso tutto ciò, è la domanda, in un mondo in cui c’è bisogno di più cibo per più persone?

Viene da dire di no. Anche se, personalmente, penso in generale che sia meglio produrre meglio, non necessariamente di più. E viene ancor più da dire di no se si vedono reportage come quello di ieri sera. Un servizio che, come quasi sempre quando si guarda Report, lascia alla fine un misto di sensazioni negative: da quella che ci porta a pensare di essere costantemente presi per i fondelli, a quella che ci convince che faccia tutto schifo.

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Secondo me però non è così. E il fatto che sempre più persone scelgano bio è comunque indice di una crescente sensibilità verso le condizioni della propria salute e dell’ambiente. Io credo molto nei controlli italiani, quando si tratta di scurezza alimentare, truffe e irregolarità varie. Quello del cibo è forse l’unico campo in cui, per quello che ho visto con i miei occhi, siamo decisamente più avanti degli altri Paesi, europei e non.

Non abbandoniamoci quindi alla convinzione che in Italia fa tutto schifo. Di arraffoni e criminali ce ne sono molti, certo, ma non verremmo a conoscenza dei vari scandali di cui parlano i media, se non ci fossero dei seri controlli nelle diverse filiere alimentari. Spero solo che la legislazione e le autorità – più che una trasmissione televisiva – siano sempre più in grado di metterci nella condizione di non strapagare spazzatura certificata, smascherando invece i furbastri, e premiando chi lavora bene. Per potere continuare a dire, almeno nel settore alimentare, che fare le cose “all’italiana” è una cosa di cui andare fieri, non di cui vergognarsi.

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