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I bambini hanno bisogno di psicofarmaci o di amore?

A giovani e giovanissimi d’oggi, a livello materiale, non manca nulla, eppure dilaga la sofferenza psichica

Pubblicato il 10/12/2015 da Andrea Bertaglio

Nell’ultimo post abbiamo trattato l’Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD), ossia “Sindrome da deficit di attenzione e iperattività”. La questione che ci si è posti, attraverso le testimonianze di alcuni esperti e le opinioni contrastanti all’interno del settore medico, è se non ci sono metodi alternativi alla somministrazione di farmaci e psicofarmaci, o comunque se non si possono fare tentativi di altro tipo, prima di scegliere questa strada.

Per quel post il padre di un bambino con ADHD mi ha aspramente criticato (in realtà insultato, che è ben altra cosa – ma tant’è), e faccio qui presente quanto ho già risposto a lui: non metto in dubbio la serietà del problema, né che ci siano casi che è opportuno o consigliabile trattare con l’uso di farmaci. Ma da padre quale sono, non da medico, mi chiedo appunto se non sia proprio evitabile (in molti casi, ripeto, non necessariamente tutti) dare psicofarmaci a un bambino. Magari attraverso altre forme di assistenza, psicologiche o educative.

Del resto, non posso ignorare quanto riporta il neurologo infantile Richard Saul, che nel libro ADHD Does not Exist: The truth about Attention deficit and Hypeactivity Disorder, afferma che l’ADHD non è una malattia, ma un insieme di sintomi che “costituisce una grande scusa”. E la diagnosi? È una “scorciatoia per la medicalizzazione”, sentenzia. L’ADHD è una malattia “finta”, usata per mascherare problemi meno preoccupanti e più facili da risolvere, rivela Saul, che come caso più assurdo riporta quello di una ragazza diagnosticata ADHD che aveva problemi a scuola, semplicemente perché non riusciva a vedere le scritte sulla lavagna e aveva bisogno di occhiali.

In Australia, dal 2000 al 2011 le prescrizioni di farmaci per ADHD sono cresciute del 73%. Una crescita che ha portato un team di ricercatori australiani e olandesi a ipotizzare un gigantesco errore di diagnosi di ADHD. I risultati hanno rivelato un fenomeno scioccante: sono gli aleatori criteri diagnostici dell’ADHD ad avere portato alla crescita incontrollata dell’utilizzo di farmaci per questa sindrome. Con un corollario inquietante di effetti collaterali, che vanno dalla perdita di peso ai pensieri suicidi, appunto.

Secondo l’equipe di studiosi, quindi, i medici non stavano scovando un numero crescente di casi di ADHD, bensì molti casi venivano “adattati” per rientrare nei criteri diagnostici. “I casi gravi di ADHD sono ovvi, ma in molti casi di incidenza moderata, che sono in realtà il grosso del numero di diagnosi di ADHD, le opinioni soggettive dei medici divergono”, spiega al New York Post il dottor Rae Thomas, senior researcher della Bond University, in Australia: “Il rischio è dunque quello di una diagnosi di ADHD guardata con scetticismo, che danneggia chi ha dei problemi seri e che necessita di un approccio sensibile da parte di specialisti preparati nell’aiuto e nel supporto”.

La conseguenza di tutto ciò? Secondo Eric Taylor, professore emerito di psichiatria infantile e adolescenziale al King’s College di Londra, è che “probabilmente troppi pochi bambini ricevono l’aiuto che realmente necessitano”. Ma di cosa hanno veramente bisogno i bambini? Pillole, psicofarmaci, terapie? Oppure semplicemente attenzione, amore, educazione?

Io, ripeto, pur non essendo né un medico né uno psichiatra, ma essendo “solo” un padre, tendo a votare la seconda, anche se so di scegliere la strada più difficile. “Siamo al mondo non perché ci hanno nutrito, ma perché ci hanno accuditi affettivamente. La sopravvivenza umana non è legata solo al benessere, ma a qualcosa di immateriale, che è la qualità affettiva delle relazioni”, spiega Giuliana Mieli, filosofa e psicoterapeuta, autrice del libro Il bambino non è un elettrodomestico (Ed. Feltrinelli): “Soprattutto in una società che privilegia un modello di benessere esclusivamente materiale, che trasforma i bambini in denutriti affettivi”, e prospetta nuove generazioni sempre più bisognose di cure psichiatriche.

Secondo la psicologa milanese, siamo una società che ignora e trascura gli affetti. A partire da questa constatazione, la dottoressa Mieli descrive le tappe della maturazione affettiva dell'individuo e propone una riflessione non sulle pillole da usare o meno, ma sull'origine di una disattenzione filosofica e scientifica che può avere conseguenze gravi per il futuro della nostra società.

La risposta ai bisogni affettivi di base è infatti una condizione biologica che non può essere trascurata. Ne va della sopravvivenza della specie, assicura la dottoressa. Non si spiegherebbe altrimenti la sofferenza psichica dilagante, nonostante ai giovani e giovanissimi d’oggi, a livello materiale, non manchi praticamente nulla.

Consulente per vent’anni presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale San Gerardo di Monza e successivamente dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Giuliana Mieli dà particolare importanza alla coppia di genitori anche prima della nascita del bimbo, alla simbiosi del feto con la madre, e alle varie fasi della gravidanza. Ma anche al ruolo del padre, al rapporto della madre con il proprio lavoro e all’importanza del graduale svezzamento e distacco del bebè dalla madre.

“Proprio perché il piccolo umano è il mammifero che impiega più tempo a diventare adulto e autonomo, ha bisogno di un ambiente che gli garantisca il benessere fisico ed emotivo. Questo ambiente richiede la presenza di una coppia, uomo e donna, entrambi fondamentali per il suo sviluppo”, afferma la Mieli: “Il bambino è accolto tra padre e madre in un abbraccio ideale, in un’intersezione tra due insiemi che condividono ciascuno una piccola parte dell’altro.

Sia l’uomo che la donna hanno una componente femminile e maschile che contribuiscono alla costruzione della relazione affettiva. La madre sarà sempre il luogo dell’empatia, la sicurezza a cui ritornare, un abbraccio che, a un certo punto, deve sapersi sciogliere. Il padre avrà il ruolo dello stimolo a esplorare il mondo esterno, ad andare con sicurezza verso la realtà. Sarà sempre il custode del senso del limite, in modo autorevole ma non autoritario.

Insieme, in questa lenta costruzione dell’identità e della sicurezza degli affetti, il bambino sarà accompagnato verso l’adolescenza, quel ‘secondo parto’ che metterà fine all’infanzia per l’esplorazione del mondo e per l’incontro dell’altro da sé. La ‘tempesta’ sarà più affrontabile da parte di tutti, se il figlio avrà già in parte costruito la sua identità e saprà di poter contare, per sempre, sull’affetto che lo ha nutrito fin dall’inizio”.

La psicologia, attenta alla qualità affettiva dell'ambiente in cui nasce e cresce il bambino, può così contribuire nell’assistere i genitori, i familiari, gli insegnanti non tanto per curare, ma per diffondere l'affettività negata come valore da spendere per salvare e cambiare un mondo che, invece, alle fatiche di una buona educazione, per lucro o per pigrizia, tende sempre più a preferire una pillola. Non importa con quali conseguenze.

Testo estratto dal libro “Medicina Ribelle. Prima la salute, poi il profitto”. Edizioni L’Età dell’Acquario

 
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Andrea Bertaglio

Andrea Bertaglio
Giornalista

Scrivo per vari quotidiani e riviste, principalmente di temi ambientali e sociali. Con il mio ultimo libro, “Medicina ribelle. Prima la salute, poi il profitto”, mi sono avventurato anche nel campo della salute e del business che le sta dietro. Laureato in sociologia, partecipo spesso come relatore a convegni e conferenze su sostenibilità, ... LEGGI »

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