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La “schiscetta” nelle scuole non è la soluzione

Può rivelarsi un boomerang per la salute dei nostri bambini, meglio riqualificare le mense

Pubblicato il 28/10/2015 da Elena Alquati

Qualche giorno fa in Lombardia, un consigliere regionale ha avviato una petizione di raccolta firme per dare la possibilità alle famiglie di dotare il figlio della “schiscetta”, in sostituzione della mensa scolastica. Comprendo perfettamente il punto di vista dell’iniziativa, e può anche essere facilmente condivisibile. Io stessa ho più volte pensato di dare la schiscetta alle mie figlie presa dalla disperazione. Ma se allarghiamo il punto di vista, sul piatto della bilancia si devono mettere altri fattori, che a mio avviso emergono, e che sono  dettati sia dall’esperienza  di mamma che dall’esperienza avuta in passato, come consulente di Milano Ristorazione.

Nei miei trascorsi mi sono trovata coinvolta (come mamma) in quello che ai tempi era stato battezzato:  “schiscetta day”. L’obiettivo era di stimolare l’azienda che forniva i pasti nelle scuole di Milano a migliorare la qualità del servizio e del gusto del cibo preparato.  Il risultato fu sconcertante, almeno per quel che mi riguarda: la stragrande maggioranza dei bambini aveva tutte le schifezze possibili, non un pasto “equilibrato” o banalmente coscienzioso, ma panini,  merendine fino alle pizze e alla coca cola. Un gruppo di bambini mostravano fieri il loro Happy meal di Mac Donald ai loro compagni.  Se questo è il risultato di un solo giorno di schiscetta, come si trasformerà nel tempo, quando l’entusiasmo si sarà spento? Dovetti decisamente ricredermi, pensando che la strada migliore fosse,  più che togliere la competenza alla scuola,  semmai  restituirla e riportare  tra le sue mura l’onere non solo dell’insegnamento, ma anche  di educare il bambino dal punto di vista alimentare.

Credo pertanto che la scelta del consigliere Macchi sia da rivedere per i seguenti motivi:

  • Il pasto è un momento di condivisione e di educazione alimentare e va fatto insieme ai compagni e alle maestre; come si gestisce una classe dove una parte di bambini portano il pasto da casa? Che tipo di condivisione/educazione possono avere? Essendoci una maestra sola chi sta  con chi? Sapevo che a chi porta il pasto da casa non è permesso entrare nel luogo che è sotto responsabilità dell’azienda fornitrice dei pasti, se la regola è ancora questa, dove vanno a mangiare i bambini con la schiscetta?
  • Si dice di voler regolamentare la  scelta di portare il pasto da casa, chi controllerà queste regole? Esistono già delle regole di base come ad esempio non portare i prodotti a base di cioccolato e altro. Pochi le conoscono e nessuno le rispetta, come si può pensare che si rispettino altre regole?
  • Le mamme che riusciranno a preparare il pasto per il loro bambino (che verrà preparato la mattina) come sarà riscaldato? O dovranno mangiare freddo e al sacco tutti i giorno per 5 giorni la settimana.
  • E le norme igieniche?
  • Tutto questo come si potrà regolamentare in una città come Milano?

Forse ci sono altre strade da prendere in considerazione, magari più lunghe e più difficoltose  ma quella della schiscetta è una proposta destinata a fallire, magari non dal punto di vista economico (per la scuola perché i genitori si ritroveranno un onere in più) ma sicuramente dal punto di vista del bambino in termini di salute e prevenzione. Cito un passo di un documento scritto dal Dr. Berrino sull’ indirizzo per una ristorazione collettiva scolastica moderna, documento che è stato preso come spunto, depositato e approvato dalla Camera come ordine del giorno e che saranno discussi come proposta di legge.

Per sviluppare queste linee sperimentando soluzioni innovative che siano sostenibili economicamente ed operativamente e che siano accettate dagli studenti e sostenute da genitori ed insegnanti occorre promuovere un programma di informazione/formazione per insegnanti, genitori e operatori della ristorazione, di sperimentazione della preparazione su larga scala dei menu proposti, e di valutazione con criteri scientifici della accettabilità dei cibi proposti e del loro impatto sulla antropometria e sullo stato di salute degli studenti.

La nostra esperienza ci dice che si può fare e che è la strada giusta da intraprendere. Abbiamo preparato dei menù in alcune scuole di Milano, il programma intrapreso sta avendo esiti molto positivi. Ci sono molte altre realtà che funzionano senza la “schiscetta”. Forse si potrebbe pensare di riportare le mense in ogni scuola, solo così si può dare la qualità, contenere gli sprechi, e perché no, diventare  un modo per aumentare e qualificare l’occupazione. Inoltre in un contesto come quello italiano in cui le famiglie sono sempre più impegnate nel lavoro (meno tempo) e più oberate dalla contribuzione (meno soldi) sarebbe auspicabile un servizio pubblico che, per contro, possa offrire una crescente qualità di tutele piuttosto che spostare l’onere (tempo, competenze, soldi) verso le famiglie. Credo che già in molti Paesi europei non solo la mensa risieda nelle scuole (come lo era da noi un tempo) per poterne garantire qualità e freschezza, ma sono le stesse scuole ad offrire questo ed altri servizi e occupandosi addirittura della fornitura degli alimenti. Perché non avviare dei tavoli di discussione per vedere sviluppare nuovi progetti, unitamente al come contenere i costi proteggendo la salute? I confronti servono sempre!

Sono a disposizione della consigliera Macchi per un confronto qualora volesse (questa è la mia mail)



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Elena Alquati

Elena Alquati
Food Consultant

Elena Alquati - Food Consultant consulente alimentare - Docente di cucina per la prevenzione - Autrice di diversi articoli e due libri: Nutrire la Bellezza - Nutrire il corpo e la mente editi da Giunti - Food Blogger ... LEGGI »

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