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L’insana moda degli psicofarmaci ai bambini

Sindrome da deficit di attenzione e iperattività, allucinazione della psichiatria moderna

Pubblicato il 07/10/2015 da Andrea Bertaglio

Bambini troppo agitati e distratti? È la sindrome ADHD, (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), ossia Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Ritenuto da alcuni una patologia in costante espansione, da altri una truffa ai danni dei pazienti più piccoli e quindi più deboli, l’ADHD è definita come “un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione/adattamento sociale dei bambini”.

Secondo Stefano Scoglio, esperto nutrizionista e ricercatore, l’ADHD è un case history di marketing su cui dobbiamo interrogarci, visto l’abuso di psicofarmaci a cui si ricorre sistematicamente. “Siamo ad oltre 20 milioni di ricette di metanfetamine all’anno, con un giro di affari da miliardi di dollari”, fa presente Scoglio, per cui esistono prodotti di origine naturale, di comprovata efficacia e con bassissimi profili di rischio. “Ma dato che non sono brevettabili e quindi non si può proteggere l’investimento, nessuno fa ricerca su queste molecole, penalizzando i piccoli pazienti: perché allora non ci pensa il Ministero della salute?”, si chiede il ricercatore.

La verità – secondo Enrico Nonnis di Psichiatria Democratica – è che noi medici siamo così bombardati di informazioni che a volte non possiamo più distinguere tra quello che è marketing e quello che è vera scienza”. “La salute è un’industria, fa gola a molti, e la pressione delle aziende farmaceutiche è certamente forte”, riconosce Alberto Ferrando, pediatra e vicepresidente dell’Ordine dei Medici: “Ogni approccio terapeutico deve essere diverso dall’altro. Ora le sirene dell’industria cercano di rivolgersi non solo più al medico, ma direttamente ai malati. Il disease mongering esiste, eccome, e a volte noi medici neppure conosciamo questi meccanismi: ai colleghi più giovani ricordo che non esiste solo la scienza medica, c’è anche una scienza del marketing”.

Insomma, la pratica del disease mongering, raffinata tecnica di marketing di cui abbiamo parlato in precedenza, prevede l’invenzione a tavolino di malattie al fine di vendere farmaci ormai famosi come il Ritalin, il Prozac, il Tamiflu ed altre molecole sempre più presenti negli armadietti dei medicinali di ogni famiglia del pianeta (l’Italia, per numeri assoluti, è già il quinto mercato farmaceutico al mondo).

Il problema, però, è che questa pratica prende di mira i più piccoli, che sono diventati all’improvviso una massa di piccoli malati di mente. Secondo uno studio pubblicato nell’Archives of General Psychiatry, “i bambini che vengono diagnosticati con ADHD hanno una maggiore probabilità di sviluppare la depressione e/o il tentativo di suicidio durante la loro adolescenza, o dai 5 ai 13 anni dopo la diagnosi“.

Quella della predisposizione al suicidio dei piccoli utilizzatori di psicofarmaci anti-ADHD è un tema particolarmente controverso. Sono numerosi gli studi che sono stati pubblicati a riguardo, anche se spesso finanziati da aziende direttamente coinvolte nella produzione di questi farmaci.

L’ultima battaglia di opinioni, seppur scientifiche, risale a poco prima dell’estate 2014, quando sulle pagine del prestigioso British Medical Journal sono state pubblicate due visioni diametralmente opposte. La prima è quella basata sui risultati di uno studio firmato da un gruppo di ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma, nel quale si sostiene “con dovizia di dati che la somministrazione di psicofarmaci a bambini e adolescenti ADHD non solo non induce potenzialmente al suicidio, come fino ad oggi sostenuto da molti specialisti nonché dalla FDA negli Usa, ma anzi potrebbe al contrario ridurre o limitare le ideazioni suicide dei piccoli pazienti in cura”.

Ma quello del Karolinska è uno studio inoppugnabile solo in apparenza, secondo l’Istituto Superiore della Sanità italiano (qui il secondo e opposto punto di vista), poiché presenta molte falle. Le affermazioni “tranquillizzanti” arrivate da Stoccolma sull’opportunità di utilizzare in modo disinvolto questi discussi strumenti terapeutici sarebbero secondo l’ISS “fuorvianti e pericolose”, secondo i ricercatori italiani, mentre le modalità di progettazione dello studio sarebbero discutibili: uno studio longitudinale, invece che un più solido studio prospettico con un lungo follow-up.

Gli psicofarmaci paragonati nella ricerca svedese sono “molto differenti l’uno dall’altro nel loro meccanismo di azione, e di questa differenza non si tiene minimamente conto; inoltre nessun rilievo è stato dato a informazioni sull’utilizzo di altre sostanze psicoattive o stupefacenti assunte prima della presa in carico per la cura dell’ADHD”, fanno presente i ricercatori dell’ISS: “Lo studio svedese presenta forti limiti, giungendo a conclusioni sbagliate anche a causa di evidenti errori di classificazione nei campioni statistici utilizzati, e fornendo quindi a medici e specialisti uno spaccato del tutto semplicistico, parziale e frammentario”.

Ad esempio, uno dei macro-gruppi analizzati include minorenni e maggiorenni. In altre parole, vengono presi in considerazione indistintamente persone fra i 10 e i 24 anni di età. Bambini e giovani adulti che, invece, presentano enormi differenze sia dal punto di vista emotivo che cognitivo: altre differenze che lo studio svedese non prende affatto in considerazione. I ricercatori dell’ISS si chiedono anche una cosa – che si sarebbe forse dovuto chiedere il British Medical Journal prima della pubblicazione dei risultati svedesi: “Perché la ricerca del Karolinska non fa alcuna menzione di eventuali finanziamenti ricevuti da industrie farmaceutiche?”.

La replica dei ricercatori italiani, pubblicata a sua volta sul BMJ, si conclude con un duro appello: “Come medici pediatri che lavorano in contesti di ricerca e clinici […] quando analizziamo l’associazione tra psicofarmaci e suicidi abbiamo bisogno di revisioni sistematiche ben progettate sulla base di studi clinici di buona qualità, in grado di affrontare i molteplici fattori sociali e familiari responsabili dell’iperattività infantile. Informazioni di questo tipo potrebbero incoraggiare un trattamento multimodale e ridurre la terapia farmacologica inappropriata per i bambini e gli adolescenti con ADHD. Se un bambino ha l’ADHD, nulla riuscirà a convincere i genitori che il bambino può essere curato senza farmaci. E, peggio ancora, i genitori di bambini con l’ADHD comunemente soffrono di problemi depressivi, non diagnosticati o mal diagnosticati, ignorano le prescrizioni mediche, e danno ai loro figli farmaci prescritti a loro stessi. Per questo l’applicazione dei risultati controversi (dello studio svedese, ndr) potrebbe avere conseguenze pericolose[1].

In effetti vengono i brividi se si considera che, spesso, la richiesta di queste medicine proviene proprio dalle famiglie. Secondo il dottor Richard Saul, neurologo infantile di Chicago interpellato dal New York Post, spesso sono i genitori a cercare diagnosi di ADHD per “trovare un modo facile per far stare seduti e zitti i loro figli”. Secondo il medico americano, disturbi come l’autismo, le difficoltà uditive, la sindrome di Tourette (presenza di tic motori e fonatori incostanti che spesso spariscono durante l’adolescenza) o la sindrome alcoolica del feto sono solo alcuni degli elementi alla base del malinteso dell’ADHD.

Testo estratto dal libro “Medicina Ribelle. Prima la salute, poi il profitto”. Edizioni L’Età dell’Acquario


[1] Roberta Bombace, Agenzia DIRE

 

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Andrea Bertaglio

Andrea Bertaglio
Giornalista

Scrivo per vari quotidiani e riviste, principalmente di temi ambientali e sociali. Con il mio ultimo libro, “Medicina ribelle. Prima la salute, poi il profitto”, mi sono avventurato anche nel campo della salute e del business che le sta dietro. Laureato in sociologia, partecipo spesso come relatore a convegni e conferenze su sostenibilità, ... LEGGI »

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