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Acqua del rubinetto: sappiamo davvero cosa beviamo?

Ecco uno studio sui campioni di acqua di varie presi in diverse città italiane

Pubblicato il 29/09/2015 da Prevenzione a tavola

Le deroghe ai limiti imposti dalla normativa italiana per le acque potabili, un’anomalia finita nel mirino della Commissione Europea, che qualche giorno fa ha deciso di non concedere all’Italia la terza deroga per la concentrazione massima di arsenico nelle acque destinate al consumo, riguardano diversi elementi chimici in differenti regioni. In Campania sono stati innalzati i limiti per il fluoro, nel Lazio quelli per l’arsenico, per il fluoro, per il selenio e per il vanadio; in Lombardia e in Trentino-Alto Adige per l’arsenico; in Piemonte oltre alla soglia dell’arsenico è stata innalzata anche quella per l’azoto, in Sardegna quella del vanadio e in Toscana quella del boro e dell’arsenico. Ma davvero sappiamo che cosa beviamo?

In uno studio pubblicato su «Le Scienze» di dicembre sono stati analizzati campioni di acqua di rubinetto prelevati da 157 località suddivise per Regione, per un totale di 105 Province su 111, e rappresentativi dei consumi quotidiani degli italiani. I risultati hanno mostrato che la qualità delle nostre acque di rubinetto è abbastanza buona, a eccezione di alcune anomalie da approfondire. Potete trovare i risultati completi delle analisi di ciascun campione in questo file pdf.

Per farvi un’idea della qualità dell’acqua che esce dal vostro rubinetto o della vostra minerale preferita, potete confrontare le analisi dei due studi con le concentrazioni limite ammissibili per la legge italiana ed europea e i valori delle linee guida dell’Environment Protection Agency statunitense (EPA) e dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) per le acque minerali naturali e le acque potabili. Tutte le concentrazioni limite sono disponibili in questa tabella (file pdf). Fonte: LeScienze

Scrive su Libero Alessia Pedrielli:

Spostandoci in provincia di Alessandria, a Tortona, ad inizio agosto era stata emanata un’ ordinanza di limitazione dell’ uso dell’ acqua derivante da un pozzo, nel quale si era verificato uno sversamento di idrocarburi e una situazione simile si era verificata anche nel genovese, a Casarza Ligure e in alcune località di Sestri Levante, dove per diversi giorni più di 6.000 persone non hanno potuto utilizzare l’ acqua del rubinetto per la presenza di un additivo della benzina, finito in falda. Ma l’ emergenza non risparmia le isole: tra agosto e i primi di settembre sull’Isola D’ Elba ci sono stati problemi importanti. Il primo cittadino di Portoferraio ha vietato, per giorni, l’ uso dell’ acqua in Val Carene, perché dalle analisi risultava la presenza di batteri. Stessa cosa a Bolotana, in Sardegna, provincia di Nuoro, dove qualche giorno fa le analisi hanno rintracciato nientemeno che il famigerato Escherichia coli.
Ma spostiamoci in Abruzzo, nel Comune pescarese di Roccamorice, dove i dubbi sulla potabilità dell’ acqua li hanno addirittura dallo scorso aprile, quando in un terreno vicino alla falda si sono sversati liquidi contaminati da mercurio. E dove, nonostante le ordinanze emesse, la Procura ha indagato il sindaco per avvelenamento colposo.

E infine a Marzano Appio, provincia di Caserta: qui nell’ acqua c’ è l’ arsenico. Almeno così risulterebbe alle analisi dell’ Arpa locale, che lo ha comunicato al sindaco. Ma batteri, idrocarburi e arsenico nulla sembrano se confrontati con l’ amianto. Sì, l’ amianto, quello che i carpigiani bevono ormai da anni. Le particelle del pericolosissimo materiale, infatti, vennero trovate nell’ acquedotto pubblico (in cemento amianto come quasi tutti gli acquedotti d’ Italia) dopo il terremoto del 2012. Le analisi ne riscontrarono fino a 130mila fibre per litro. Ma poiché la normativa europea e nazionale non fissa per questo materiale alcun limite di concentrazione, a Carpi non scattò mai nessun divieto. Non resta che andare sulla fiducia.



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