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Colore della pelle, livelli di vitamina D e obesità

Le conseguenze negative di un basso livello di vitamina D

Pubblicato il 23/03/2015 da Roberta Martinoli

Charles Darwin, autore del libro “Le origini delle Specie”, dopo anni di viaggi sul Beagle e ascoltando i racconti di altri esploratori e naturalisti, capì che il colore della pelle era uno dei caratteri di maggiore variabilità tra gli esseri umani. L’autore della “Teoria dell’Evoluzione” scrisse: “Di tutte le differenze tra le razze umane il colore della pelle è quella più evidente e una delle più profonde”. Ma poi aggiunse: “Queste differenze non coincidono con corrispondenti differenze nel clima!” Curiosa conclusione se si considera che il grande naturalista inglese aveva viaggiato in lungo e in largo e aveva visto persone di colore diverso vivere in luoghi diversi! Oggi sappiano che i primi esseri umani si sono evoluti in ambienti ad alta concentrazione di raggi ultravioletti (UV), nell’Africa equatoriale. In quelle condizioni climatiche, mentre la melanina li proteggeva dagli effetti dannosi degli UV, i nostri antenati erano comunque in grado di sintetizzare la vitamina D a livello cutaneo grazie all’azione di stimolo dei raggi UVB. Funzioniamo ancora così! Il guaio è che ci siamo spostati! Gli esseri umani sono migrati non una ma ben due volte. La prima grande migrazione avvenne dall’Africa equatoriale verso il Vecchio Mondo, la seconda verso il Nuovo Mondo. Così oggi accade che persone con una pigmentazione chiara vivano in aree ad alta concentrazione di raggi UV venendo esposti al rischio di melanoma. Al contrario persone con una pigmentazione scura, vivendo in aree a bassa concentrazione di raggi UV, corrono il rischio di andare incontro a carenza di vitamina D! La vitamina D è essenziale per il mantenimento dell’omeostasi del calcio e del fosfato. La sua forma metabolicamente attiva, l’1,25-(OH)2-colecalciferolo [1,25(OH)2D], agisce favorendo l’assorbimento del calcio a livello intestinale, il riassorbimento del calcio e del fosforo nel tubulo contorto prossimale e la deposizione del calcio a livello del tessuto osseo. Dunque un deficit di vitamina D influisce negativamente sulla salute delle nostre ossa esponendoci al rischio di osteopenia/osteoporosi. Ma oggi sappiamo qualcosa di più sulle conseguenze negative di un basso livello di vitamina D. Numerosi studi documentano la relazione tra deficit di vitamina D, insulino-resistenza e alterata omeostasi glucidica. Nei soggetti obesi scarsi livelli di vitamina D sono associati ad un maggior rischio di andare incontro a sindrome metabolica e a diabete mellito di tipo II. Non abbiamo ancora compreso l’esatto meccanismo biologico tramite il quale la vitamina D sarebbe in grado di influenzare positivamente il nostro assetto metabolico. Tra le ipotesi avanzate vi è la capacità di indurre un più efficiente uptake del glucosio a livello periferico e a livello epatico e di regolare la sintesi e la secrezione dell’insulina da parte delle cellule beta pancreatiche. Non dobbiamo dimenticare poi che la vitamina D ha un riconosciuto effetto anti-infiammatorio essendo in grado di inibire la produzione di citochine pro-infiammatorie e dell’ossido-nitrico-sintasi inducibile. Aumenta inoltre i livelli di glutatione, importante molecola antiossidante. Quindi la vitamina D, oltre a migliorare il nostro assetto glicemico, avrebbe il grosso merito di contribuire a spegnere lo stato infiammatorio. L’obesità è riconosciuta oggi come una “malattia infiammatoria di basso grado” nella quale la produzione di citochine pro-infiammatorie (IL-6 e TNF-α) da parte degli adipociti non fa altro che aggravare lo stato di insulino-resistenza [Fernández-Sánchez et al, 2011]. Più adipociti ci sono e più questi sono ripieni di grassi, più aumenta lo stato infiammatorio. Si instaura così un circolo vizioso tanto da far pensare che l’obesità sia in grado di “automantenersi”. Per rompere questa catena di eventi è necessario contrastare l’infiammazione, come fa la vitamina D. Vi è consenso generale nell’utilizzo del 25-(OH)-colecalciferolo [25(OH)D] come miglior indicatore della sintesi cutanea di vitamina D e del suo intake tramite gli alimenti ed eventuali integrazioni [Brannon et al. 2008]. L’Endocrine Society propone come “sufficiente” un valore di 25(OH)D compreso tra 75 e 250 nmol/l (30-100 ng/ml), “insufficiente” un valore compreso tra 52 e 72 nmol/l (21-29 ng/ml), e parla di “deficit grave” per valori inferiori a 50 nmol/l (20 ng/ml). L’ipovitaminosi D è considerata un fenomeno piuttosto diffuso ma è interessante notare che la popolazione a maggior rischio è rappresentata dagli adolescenti [Stoffman e Gordon, 2009]! Pochi sono gli alimenti in grado di apportare quantità significative di vitamina D, e tra questi pesci selvatici, olio di fegato di merluzzo, frattaglie e rosso d’uovo [Schmid e Walther, 2013]. Si tratta di alimenti spesso non graditi, specie dagli adolescenti, tanto che in Canada e negli Stati Uniti la maggior fonte di vitamina D è rappresentata dagli alimenti fortificati [Calvo et al, 2004; Keast et al, 2013]. In Europa sono pochi i paesi che hanno messo a punto un programma di fortificazione alimentare per la vitamina D [Braegger et al, 2013]. Per fortuna tutti, chi più chi meno, siamo in grado di sintetizzarla a livello cutaneo a seguito dell’esposizione solare! Dopo un processo di doppia idrossilazione, la prima nel fegato e la seconda nel rene, la vitamina D è pronta per poter svolgere le sue molteplici funzioni. Si comprende dunque che qualsiasi fattore che si oppone alla penetrazione cutanea dei raggi UVB contrasta la sintesi della vitamina D. Come possibili cause di ipovitaminosi D citiamo la riduzione dell’angolo di zenith solare durante i mesi invernali nei paesi a clima temperato, l’uso di filtri solari ad alto fattore di protezione, una pelle molto pigmentata, l’astensione dal consumo del latte, il malassorbimento lipidico e un eccesso di grasso corporeo (sembrerebbe che la vitamina D essendo liposolubile si accumuli a livello delle cellule adipose diventando indisponibile). È stato stimato che già un’esposizione di 15 minuti senza protezione solare sia in grado di fornire la giusta quantità di vitamina D nelle persone con pelle chiara [Misra, 2008]. Per contro le persone con pelle scura e quelle che devono usare rigorosamente una protezione totale a causa di una storia familiare per tumore della pelle dovranno ricorrere all’integrazione. La quantità consigliata secondo l’European Food Safety Authority [EFSA Panel on Dietetic Products, 2012] va da 600 Unità Internazioni (UI) (25 μg) a 4000 UI (100 μg). Il sovradosaggio è associato a nefrolitiasi, ipertensione, congiuntivite, anoressia, vomito e perdita di peso, tutte condizioni dovute all’ipercalcemia. In conclusione ci sono tanti buoni motivi per farci dosare il livelli di vitamina D nel sangue. Ce ne ricorderemo quando andremo a farci le prossime analisi! Seguimi su Facebook



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Roberta Martinoli

Roberta Martinoli
Nutrizionista

Sono ormai 15 anni che mi occupo di Nutrizione Umana. Dopo la laurea in Scienze Agrarie ho ottenuto il Dottorato di Ricerca in Fisiologia dei Distretti Corporei presso l’Università di Roma Tor Vergata. È stato lì che ho cominciato a studiare le tecniche di valutazione della composizione corporea e i principi di dietoterapia. Mi sono ... LEGGI »

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