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GB: Lo ‘sporco segreto’ sulla produzione del pollo

La rivelazione del Guardian

Pubblicato il 24/07/2014 da Prevenzione a tavola
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GB: Lo 'sporco segreto' sulla produzione del pollo


(Video: Un allevatore ammassa i polli in una cassetta) Tre delle maggiori catene di supermercati britannici hanno avviato indagini sui propri fornitori di pollame in seguito alle rivelazioni del quotidiano The Guardian. L'inchiesta ha svelato la mancanza di igiene nel processo di produzione di pollo, documentandola con foto e video girati all'interno di alcuni stabilimenti. Grazie a degli informatori è stato scoperto che le regole per prevenire la contaminazione del batterio Campylobacter, che è potenzialmente letale, vengono puntualmente trasgredite. 037b523b-155c-4384-b5a4-21706a2ac681-680x1020 Come si può vedere nella foto sopra, sul pavimento di alcune fabbriche sono stati trovati intestini di pollo, nei quali questo tipo di batterio prospera. E' anche capitato che le carcasse dei polli entrassero a contatto con gli stivali del personale, senza che poi i polli fossero scartati. Queste ed altre pratiche aumentano il rischio che il Campylobacter si diffonda. Il batterio colpisce 280.000 persone all'anno nel Regno Unito, e si pensa che abbia causato la morte di un centinaio. Il Campylobacter viene ucciso attraverso la cottura ad alte temperature, ma, come spiega Il Fatto Alimentare, "le contaminazioni avvengono spesso in modo indiretto in cucina attraverso posate o contenitori utilizzati prima per la carne di pollo cruda e poi per altri alimenti". Questo batterio si trova "per lo più nella carne di pollame cruda e nel latte crudo (oltre che in pollli, maiali e bovini vivi), e come la Salmonella può provocare febbre e diarrea". Foto sotto: il Campylobacter c9d50d33-3312-4005-a7c7-10e97606ceb0-620x372 La Campylobacteriosi è la prima causa di contaminazione alimentare in Europa, ma in Italia, leggiamo sempre sul Fatto Alimentare, "il batterio risulta pressoché sconosciuto". Tuttavia Antonia Ricci, un esperta dell’Efsa, ha fatto notare che "la situazione è complessa perché gli allevamenti e il sistema di distribuzione alimentare italiano è simile a quello degli altri Paesi e quindi Campylobacter esiste anche da noi. Il problema è che non ci sono piani di monitoraggio obbligatori negli animali o negli alimenti, per cui solo pochi laboratori lo cercano e nelle statistiche ufficiali il temuto microbo risulta pressoché sconosciuto". Per di più, degli studi effettuati dall’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie hanno mostrato che il batterio "è molto diffuso anche in Italia." Seguici su Facebook, Twitter e Google+ se sei interessato alle nostre notizie.



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