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Emissioni di gas serra: 18% solo da settore zootecnico

Il rapporto della Fao

Pubblicato il 09/07/2014 da Prevenzione a tavola

Emissioni di gas serra: 18% solo da settore zootecnico


Il 18% delle emissioni totali di gas serra sono causate dal settore zootecnico. E' quanto emerge da un rapporto della Fao: "Nel suo rapporto del 2006 'Livestock's Long Shadow', - vera pietra miliare sull'argomento - la FAO aveva scoperto che il 18 per cento di tutte le emissioni di gas serra erano causate dal settore zootecnico, prendendo in considerazione l'intero ciclo vitale aggregato. Il rapporto finale sulle emissioni di gas serra impiegherà lo stesso approccio, ma utilizzando dati aggiornati e fornendo un'analisi disaggregata dei diversi sistemi produttivi, nonché indicando soluzioni per i produttori, per l'industria di trasformazione e per gli organi politici". Henning Steinfeld, capo del settore informazione e politiche del bestiame della FAO e uno degli autori del rapporto, ha dichiarato: "Il bestiame è tra i maggiori responsabili di alcuni tra i problemi più gravi con cui l’ambiente deve oggi fare i conti. È necessario che s’intervenga con urgenza per porre rimedio a questa situazione". Stando così le cose, questo dovrebbe destare preoccupazione, in quanto "con l’aumento del benessere, si registra ogni anno un notevole aumento del consumo mondiale di carne e di prodotti caseari. La produzione mondiale si prevede raddoppierà, passando dai 229 milioni di tonnellate del biennio 1999/2001 a circa 465 milioni di tonnellate per il 2050, mentre quella di latte aumenterà nello stesso periodo da 580 a 1043 milioni di tonnellate". E' un problema, questo, non facile da risolvere, infatti "il settore zootecnico mondiale cresce attualmente ad un ritmo più veloce di qualsiasi altro settore rurale. Dà da vivere a circa 1.3 miliardi di persone e rappresenta circa il 40 per cento della produzione agricola complessiva. Per molti contadini poveri dei paesi in via di sviluppo il bestiame rappresenta anche una fonte importante di energia rinnovabile ed una fonte essenziale di fertilizzante organico". Ma il rapporto parla chiaro: "I costi ambientali per unità di bestiame devono essere dimezzati se vogliamo evitare che la situazione peggiori ulteriormente". Inoltre "il settore zootecnico è tra quelli che arreca maggiori danni alle già scarse risorse idriche del pianeta, contribuendo tra l’altro all’inquinamento dell’acqua, al fenomeno dell’eutrofizzazione (l’abnorme proliferazione di biomassa vegetale dovuta all’eccessiva presenza di nutrienti quali nitrati e fosfati) e alla degenerazione dei reef corallini. I principali agenti inquinanti sono i rifiuti animali, gli antibiotici e gli ormoni, i composti chimici provenienti dalle concerie, i fertilizzanti ed i pesticidi". Infatti lo "sfruttamento eccessivo dei pascoli su larga scala interferisce con il ciclo dell’acqua, riducendo il rifornimento delle falde sia di profondità che di superficie. Inoltre notevoli quantità d’acqua sono prelevate per la produzione di foraggio". Il rapporto ha anche suggerito tre probabili soluzioni al problema: 1) "Controllare l’accesso ed eliminare gli ostacoli alla mobilità nei pascoli comuni. Utilizzare metodi di conservazione del suolo e di silvo-pastoralismo, insieme all’esclusione controllata del bestiame dalle zone più fragili; meccanismi di pagamento per i servizi ambientali nell’utilizzazione di terre destinate al pascolo per aiutare a ridurre ed ad invertire il degrado delle terre". 2) "Incrementare l’efficienza della produzione animale e dell’agricoltura foraggiera. Migliorare l’alimentazione degli animali per ridurre la fermentazione enterica e le conseguenti emissioni di metano, ed avviare impianti di biogas per riciclare il letame". 3) "Migliorare l’efficienza dei sistemi irrigui, introducendo tasse per scoraggiare la concentrazione su larga scala di allevamenti zootecnici in prossimità dei centri urbani".



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