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La svastica sul pallone

di Alberto Massari

Pubblicato il 13/12/2013 da Alberto Massari

La Polonia è una grande nazione per storia, superficie, tradizione culturale e militare, indicibili sofferenze e coraggio. I polacchi scontano il fatto di essere un popolo di origine slava e di religione cattolica stretto tra russi e tedeschi, i quali non hanno risparmiato loro i peggiori orrori della storia: dalla spartizione del patto Molotov-Ribbentrop fino alla costruzione dei campi di sterminio o alla eliminazione di ventimila ufficiali dell’esercito seppelliti a Katyn da parte dei sovietici. I polacchi, da par loro, risposero con fermezza e maggiore intelligenza; da un lato contribuirono alla decrittazione di Enigma (avevano infatti una formidabile scuola di logica matematica), dall’altro organizzarono una tenace resistenza, proseguita anche durante la Guerra fredda. L’orrore di cui la Polonia reca tracce indelebili nelle menti dei suoi abitanti non andrebbe sottovalutata. Lo sapeva bene, e su questo contava, il polacco Giovanni Paolo II quando attaccò l’URSS sostenendo Solidarnosc, un movimento capitanato da un intelligente sindacalista, Lech Wałęsa. Veniamo all’oggi, a un paese che tra mille difficoltà cresce più dell’Italia e che non ha smesso di lottare contro i suoi storici nemici e i suoi demoni. Una nazione che vuole essere Europa e che reclama una unità nei fatti non nelle burocrazie. Accade così che il 28 novembre 2013, centocinquanta tifosi della Lazio, recatisi a Varsavia per seguire la squadra, siano stati fermati prima della partita e condotti a un commissariato; qui, per ventidue di loro, si sono aperte le porte della prigione. A vedere le armi che hanno sequestrato loro (anche un’ascia), prevedo che per Natale non mangeranno il panettone in famiglia. Apriti cielo quando il ministro dell’Interno Barlomiej Sinkiewicz ha dichiarato “sono dei banditi”, rimarcando: "la legge è uguale per tutti, sia per i polacchi sia per gli stranieri”. Un concetto, per molti italiani, davvero ostico da comprendere. Veniamo al punto. Che la tifoseria laziale abbia già dimostrato di essere infiltrata da provocatori o da imbecilli che espongono svastiche o striscioni antisemiti allo stadio, senza pagarne il fio, è un dato di fatto noto alle cronache; le autorità farebbero bene a stroncare questa faccenda una volta per tutte. Il fatto è di sicuro ben noto anche alle autorità polacche, che, a differenza di quelle italiane, colte di sorpresa (?) dai tifosi della Serbia (i disordini dell’ottobre 2010 costarono la sospensione della partita a Genova tra le due nazionali), hanno anticipato il problema, arrestandoli tutti. A torto o a ragione, deciderà il tribunale di competenza, non certo Letta o il Ministro degli Esteri Bonino. Così, anche con la Polonia abbiamo aperto un caso diplomatico destinato a finire male, date le premesse. Con quale ragione Letta e Bonino potranno sostenere che le autorità polacche abbiano agito arbitrariamente per mantenere l’ordine pubblico a loro avviso messo in pericolo dai comportamenti degli italiani? Quali ragioni avrebbero avuto per infierire su innocenti tifosi, altrimenti? Una parola sulle tifoserie, vere palestre per delinquenti o altro. Molti ricorderanno Željko Ražnatović in “arte” Arkan, capo ultras della Stella Rossa Belgrado, uomo dei servizi serbi, che con i suoi compagni di “curva” massacrò migliaia di innocenti. Quell’Arkan che i tifosi laziali “onorarono” con uno striscione osceno, in un corto circuito ideologico, mescolando nazismo e nazionalismo serbo. A nostro parere, le autorità italiane avrebbero fatto bene ad avvisare i “camerati” tifosi che non era il caso di andare a “fare casino” in un paese che mantiene ancora il diritto e la memoria sugli scudi, un paese il cui esercito sfidò i carri armati nazisti con una carica di cavalleria e che sconfisse l’orso russo. A imperitura memoria.



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