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Il Governo delle anime morte

di Paolo Becchi

Pubblicato il 28/11/2013 da Paolo Becchi

In un suo celebre e geniale romanzo, Le anime morte, Nicolai Gogol' descrive le avventure, i viaggi di affari, di un filibustiere, Cicikov, che aveva avuto un’ idea eccezionale per far quattrini. Acquistava anime morte: servi della gleba deceduti, i quali tuttavia, risultando ancora iscritti nel registro delle tasse, costituivano un grosso problema per i loro proprietari, tenuti a pagare le tasse per servi che, essendo ormai soltanto “anime”, non rendevano più nulla per i loro proprietari. Molti dei proprietari erano ben contenti di vendere quelle “anime”, ovviamente con un regolare contratto di vendita, per loro non particolarmente oneroso dal momento che ad entrambi i contraenti era chiaro che si trattava di servi morti. A questo punto ci si chiederà: perché Cicikov si era inventato un traffico del genere? La risposta è molto semplice: con quei contratti egli si presentava presso le Banche e, dimostrando di avere tanti servi al suo servizio, poteva richiedere prestiti garantiti dal suo possesso. Una volta ottenuti, provvedeva poi a svignarsela con un bel bottino. Gogol’ descriveva la Russia dell’ Ottocento. Eppure, con tutte le differenze del caso, non mi sembra molto diversa la strategia dell’ attuale nostro Governo: un Governo composto da anime morte che tentano di venderci alle Banche come anime morte. Da chi è composto questo Governo? Chi rappresenta? Rappresenta ancora le «larghe intese», ossia l’alleanza politica tra Centrodestra e Centrosinistra? Già subito dopo le elezioni, SEL – che senza l’accordo elettorale con il PD non sarebbe mai neppure entrata in Parlamento – era uscita dalla compagine governativa e passa all’opposizione (3,2%: 1 milione di voti). Stessa cosa dalla parte opposta: la Lega Nord rifiuta le “larghe intese” (4%: 1 milione e 300mila voti). All’opposizione, inoltre, il MoVimento 5 Stelle (25,56%: 8 milioni e 600mila voti). Da ieri, anche la ricostituita Forza Italia passa dall’altra parte: anche a voler pensare che gli “alfaniani”, elettoralmente, possano rappresentare il 3-4% degli elettori, sono altri 6 milioni di voti che passano contro il Governo. Non è soltanto un dato quantitativo: c’è un salto qualitativo. L’ipotesi politica su cui si era costituito questo Governo – ossia le “larghe intese”, la definizione di uno schieramento Destra-Sinistra di “solidarietà nazionale” da opporre alla forza del M5S –, è finita, per sempre. L’operazione delineata da Napolitano, l’imposizione di un accordo politico, di una «pacificazione» tra Pd e Pdl, non esiste più. Certo: la scissione interna al Pdl è la chiave che consentirà a questo Governo di sopravvivere, e Napolitano sembra aver ancora una volta trovato la quadratura del cerchio. Ma non è così: oggi il Governo Letta è un altro Governo rispetto a quello che ha ottenuto la fiducia dal Parlamento. È un Governo che ha contro non più soltanto il M5S, ma 16 milioni di italiani. Questo Governo dovrebbe, perlomeno, presentarsi nuovamente davanti alle Camere, per dire cosa intenda fare. E’ evidente, infatti, che – pur avendo numericamente la fiducia del Parlamento –, il suo senso politico è del tutto cambiato: non più un Governo di «pacificazione», non più un Governo di larghe intese, ma un Governo che, al momento, è espressione politica del Partito Democratico e del sostegno di un indefinito schieramento centrista (Scelta civica, alfaniani, Udc: un berlusconismo democristiano?). Lo stesso Letta ha dichiarato: «con l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza si fa finalmente chiarezza e si compie l’evoluzione avviata il 2 ottobre. Il governo, pur con numeri più ristretti, è decisamente più forte, più coeso e compatto». Ed è per questo che pensa ad un «nuovo patto programmatico fino al 2015». Senonché la replica di Renzi, ossia della futura leadership del Pd, è stata chiara: «Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi... finish». Dunque cosa e chi rappresenta il Governo Letta? Non sembra rappresentare neppure un Partito Democratico che sta cambiando rotta e identità, che con Renzi definirà una spaccatura politica e ideologica rispetto a quella classe dirigente che aveva appoggiato le larghe intese e l’ipotesi di Governo Napolitano-Letta. Se la crisi non si è aperta, è sempre perché il “blocco” del sistema voluto da Napolitano tiene ancora, perché è ancora e sempre Re Giorgio a poter impedire ogni ipotesi di elezioni anticipate, a imporre la fiducia parlamentare per il suo Governo anche se le maggioranze cambiano. E Napolitano può, allora, permettersi di giocare all'attacco: anticipando tutti, dichiara che le larghe intese sono finite e che occorre un nuovo passaggio al Parlamento da parte del Governo. Nessuna crisi di Governo, però: si tratta semplicemente di passare da un Governo del Presidente ad un altro, di forzare le Camere ad una nuova fiducia, dimostrando così che è ancora e sempre il Capo dello Stato a determinare la linea politica del rapporto tra Parlamento e Governo. Dunque, come dichiara lo stesso Presidente della Repubblica, le larghe intese sono finite, ma non il Governo che esse esprimevano. Questo è il paradosso: un Governo che non esprime alcuna forza politica (non Forza Italia, passata all’opposizione, ma neppure il Pd, partito ormai morto che solo attraverso Renzi – e la sua politica di evidente opposizione a Letta – sta tentando di ricostituirsi). Questo è un Governo di anime morte. Chi fa la parte di Cicikov? La legge finanziaria, a colpi di fiducia, si limiterà a cercare di far quadrare un po’ i conti senza risolvere nessuno dei problemi strutturali del nostro Paese. Il Governo svende quello che ancora resta del nostro patrimonio industriale e questo solo per mostrare alla Banca Centrale e al Fondo Monetario quanto siamo solerti nel rispettare i loro ordini per sanare il nostro debito pubblico. Chi sono le anime morte? Noi, che veniamo venduti all’Europa, o il Governo che ci vende? Che sia chiaro: se giustamente Berlusconi paga, oggi, davanti ai Tribunali della Repubblica, Napolitano, con il suo Governo, pagherà davanti al Tribunale della Storia.



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