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Torna a casa marò

di Alberto Massari

Pubblicato il 14/11/2013 da Alberto Massari

“Chiunque controlli l’Oceano Indiano domina l’Asia. Questo oceano è la chiave dei Sette Mari. Nel XXI secolo il destino del mondo sarà deciso nelle sue acque” P. Khanna, I tre imperi. Mercoledì 15 febbraio 2012 al largo delle coste indiane, di fronte allo stato del Kerala, due pescatori indiani – Ajesh Binki (25 anni) e Jalastein (di 45) – muoiono sotto i colpi di armi leggere da guerra. Il 19 febbraio, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – militari in forza al reggimento San Marco – sono arrestati dalle autorità indiane con l’accusa di essere i colpevoli del fatto. I due marò, questo l’antefatto, erano imbarcati su un mercantile in funzione di difesa dagli attacchi dei pirati che scorrazzano per quei mari. Il permesso di trovarsi lì sopra veniva loro da una legge voluta dall’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa. Da notare che gli assicuratori londinesi sconsigliavano di impiegare personale militare a bordo di navi civili, suggerendo di ricorrere a contractor (parola che qualifica personale specializzato nell’arte della guerra, peraltro). Come sia andata davvero la vicenda non riguarda la riflessione presente, per le varie ipotesi rimandiamo alle fonti aperte facilmente reperibili in rete. Ciò che ci preme sottolineare, ancora una volta, è la incompetenza e la impreparazione in materia di geopolitica che ha portato le autorità politiche e di intelligence italiane a sottovalutare i rischi di una scelta del genere. Era sufficiente leggere un articolo di Ezio Ferrante apparso sulla rivista “Limes” (6/2009) dal titolo “Oceano Nostro” per comprendere che inviare dei militari in quelle aree avrebbe inevitabilmente infastidito, se così si può dire, le autorità indiane. Ferrante, nel 2009, dimostrava che gli strateghi indiani considerano l’Oceano Indiano una sorta di mare nostrum, da difendere a tutti i costi, giacché da est giungeva, già allora, il 90% del petrolio necessario al fabbisogno energetico dell’India, a ovest transitava il 50% del commercio internazionale del paese. Per proteggere queste rotte vitali, soprattutto dalla politica espansionista della Cina, la marina indiana si sta dotando di unità navali importanti (portaerei e sottomarini nucleari) nonché di basi coerenti con il progetto, una per tutte Chah Bahar in Iran. Ecco in mezzo a cosa si sono trovati i nostri, ritengo, ignari soldati, allo scontro fra India e Cina. Veniamo ora alla trattativa, a metà novembre 2013 ancora incagliata, tra Italia e India per la liberazione dei due. Se pensiamo che la diplomazia italiana ha prodotto un soggetto qual è il console generale a Osaka Mario Vattani – figlio dell'ambasciatore Umberto – un uomo tatuato dalla testa ai piedi, fatto considerato degno solo di un delinquente da parte del senso comune giapponese, non c’è da stupirsi se le trattative tra l’ambasciata italiana in India e le autorità locali non abbiano risolto il problema. A nostro avviso, quindi, una vicenda del genere poteva essere evitata facilmente. Oggi, come è possibile risolverla? Alcuni hanno suggerito una prova di forza: sanzioni commerciali o rifiuto di restituire i due marò quando tornarono in Italia. Senonché l’India può benissimo fare a meno del nostro paese, non viceversa la nostra economia. A nostro avviso, è solo ricorrendo alle affilate armi della cultura che diventa possibile aprire un vero dialogo tra paesi che vantano una storia e una cultura millenaria, che, nel caso dell’Italia, è umiliata da classi dirigenti a dir poco ignoranti e incompetenti, almeno a giudicare dal futuro e dalla crescita economica indiana rispetto a quella nazionale. Forse, se si fossero interpellati quegli studiosi che hanno dedicato una vita ad approfondire e comprendere la cultura del subcontinente indiano e che hanno stabilito rispettosi e rispettati contatti con istituzioni culturali e intellettuali indiani, i nostri ambasciatori e i nostri ministri degli esteri sarebbero riusciti da tempo nell’impresa di riportare i nostri ragazzi a casa. Penso, per esempio, al CESMEO, “fondato nel 1982 da Regione Piemonte, Provincia, Città e Università degli Studi di Torino, con lo scopo di promuovere e sviluppare i rapporti e gli scambi culturali con i Paesi asiatici, favorendo la cooperazione e la conoscenza delle lingue e delle culture dell'Asia e potenziando la ricerca scientifica”. Il prestigioso istituto ha, per esempio, un “Progetto India contemporanea” finalizzato a “promuovere e organizzare iniziative inerenti all'India moderna e contemporanea, alle prospettive future in campo economico e culturale con particolare attenzione per gli scambi e i rapporti con l'Italia. L'attività del progetto è rivolta a dirigenti, imprenditori, mediatori culturali, docenti, a tutti coloro che intendano instaurare rapporti con l'India e, più in generale, a chi desideri approfondire le problematiche economiche e sociali dell'India contemporanea e le sue radici storiche e culturali”. Pensate che qualcuno abbia coinvolto nella trattativa i suoi membri? Eppure l’istituto vanta collaborazioni con tutte le principali università indiane, il Sahitya Akademi (Delhi) o con il Bhandarkar Oriental Research Institute di Pune e perfino con IsIAO (già IsMEO) di Roma (quest’ultimo ormai chiuso da un paio di anni per mancanza di fondi). Forse, tra gli studiosi del CESMEO, ce n’è qualcuno che conosce a fondo anche la giurisprudenza indiana oppure mantiene rapporti di studio con autorevoli interlocutori che, a differenza di generali, procacciatori di affari o venditori di armi, sono più avvezzi al dialogo che alla tangente o all’inciucio. A conclusione, anche questa carenza della politica estera italiana – si intenda l’abbandono dei centri studi e l’incapacità di ricorrere a essi per comprendere le culture altrui – dovrà essere oggetto di attenzione futura, pena ulteriori futuri disastri.



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