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Sartori, Scalfari e gli attacchi ridicoli al Movimento 5 Stelle

di Paolo Becchi

Pubblicato il 06/11/2013 da Paolo Becchi

Ieri Scalfari ha aperto i giochi, seguito, oggi, dal politologo Sartori, il quale – dalle pagine del Corriere della Sera – sostiene che i deputati e senatori del M5S dovrebbero essere obbligati a sottoscrivere una dichiarazione con la quale essi ripudino formalmente il “vincolo di mandato imperativo”. In caso contrario, scrive Sartori, vi sarebbe una “macroscopica” violazione, da parte dei parlamentari 5 Stelle, dell'art. 67 Cost. Repubblica e Corriere hanno iniziato la campagna mediatica contro il M5S, in vista delle prossime elezioni europee. Questo può essere l'unico significato di una polemica e di attacchi al limite del ridicolo. E' fin troppo evidente, infatti, come l'art. 67, se stabilisce il principio del libero mandato, non dispone certamente il divieto, per un parlamentare democraticamente eletto, di sostenere – de iure condendo, ossia quale proposta politica – la necessità di introduzione del mandato imperativo. C'è, certamente, di più, in tutta questa polemica. C'è tutta la resistenza della “partitocrazia” contro le forze nuove della democrazia diretta, contro la necessità di superare quel cancro della Repubblica italiana che è stato costruito sul ruolo dei partiti e sul controllo, da parte di essi, dell'Assemblea. Ed è proprio su questo terreno, sul senso del vincolo di mandato, che si gioca lo scontro tra la “forma partito” ed il “movimento”. La forma partito implica un’organizzazione centralistica, verticistica, un’organizzazione per apparati. Il MoVimento, diversamente, si fonda su un meccanismo di deleghe: i parlamentari eletti nelle fila del M5S rispondono direttamente ai diversi meetup locali da cui provengono. Il potere non viene più rappresentato, ma, appunto, delegato. La logica della rappresentanza (Repräsentation) presuppone il rendere presente qualcosa che è assente, invisibile (il popolo, la nazione, etc.). La delega, invece, permette di ripensare il concetto di rappresentanza come Vertretung, in cui il rappresentato non si spoglia del suo potere, ma lo realizza servendosi di un altro. Oggi, abbiamo la possibilità di coordinare i meccanismi di delega con ciò che la Rete consente di fare, con la sua rapidità nella comunicazione e nelle procedure decisionali. In un’intervista di qualche mese fa (La democrazia va rifondata, intervista di Serena Danna per «il Corriere della Sera», 24 giugno 2013) Gianroberto Casaleggio ha, giustamente, parlato della necessità di introdurre il vincolo di mandato. Ci sono state diverse critiche a questo proposito, anche da parte di grandi nomi. Da ultimo, proprio Sartori, che aveva già accusato il M5S di pensare la rappresentanza in senso “medievale”. È una sciocchezza. In realtà, il vincolo di mandato è parte della discussione moderna sul problema della rappresentanza, ed è centrale, ad esempio, nel dibattito interno alla Rivoluzione francese. Il popolo, in quanto sovrano, non può essere rappresentato. Diverso, però, è il problema dell’organizzazione del Governo attraverso un sistema di deleghe, un mandato, il quale non funziona come sostituzione di volontà, ma come esecuzione della volontà del rappresentato. Più che di ritorno ad una teoria medioevale, si tratta, in senso filosofico-politico, di recupero della tradizione rousseauiana e di come rispondere alla crisi della rappresentanza e dei partiti, che è, con buona pace di Hegel, la crisi della mediazione (Vermittlung) politica, del ruolo di soggetti, come i partiti, che hanno esercitato una funzione di intermediazione tra Stato e cittadini. In Italia si è parlato di «disintermediazione», e credo che sia la parola corretta per cercare di capire cosa stia accadendo. È dunque proprio nell’esperienza-chiave della modernità – la Rivoluzione francese – che il mandato imperativo viene pensato, discusso, teorizzato come strumento essenziale per la partecipazione diretta dei cittadini alla politica. Il costituzionalismo giacobino è, in questo senso, attraversato dal problema di come assicurare un effettivo controllo, da parte dei cittadini, sul funzionamento dell’assemblea e sull’operato dei delegati. In maniera ancor più netta, il mandato imperativo è centrale nella breve storia della Comune di Parigi del 1871, di quella che Marx definiva come la prima apparizione di una forma politica nuova. La rappresentanza politica che si esplica senza vincoli di mandato è stata un prodotto delle società liberali. La rappresentanza aveva un significato eminentemente pubblico in una società costituita fondamentalmente da privati: gli eletti creavano un corpo pubblico che rendeva visibile ciò che nella società dei privati rimaneva invisibile: il popolo ovvero la nazione. Per questa ragione i membri del Parlamento erano chiamati a far presente, a repraesentare il popolo. Essi pertanto dovevano esplicare le loro funzioni senza vincolo di mandato. Per quanto possa sembrare paradossale sono stati proprio i partiti a snaturare questo ruolo. La delega ora assomiglia a una cambiale in bianco firmata a favore di questo o quel partito. Questo lo vediamo molto bene nel nostro Paese. Che senso ha parlare di vincolo di mandato quando i membri del Parlamento sono addirittura nominati dai partiti? Insomma, la natura rappresentativa del nostro sistema è già in crisi e con essa il vincolo di mandato. Se le cose stanno in questi termini, allora perché non optare semplicemente per la democrazia diretta considerando ormai obsoleta quella rappresentativa? Il vincolo di mandato non è un ritorno ad una teoria politica «medievale», ma il portare alle sue estreme conseguenze la democrazia moderna. Lo aveva già intuito un grande giurista del secolo scorso come Hans Kelsen, quando notava:
La soluzione del problema se, de lege ferenda, il membro elettivo di un corpo legislativo debba essere giuridicamente vincolato ad eseguire la volontà dei suoi elettori e sia, pertanto, responsabile verso il corpo elettorale, dipende dall’opinione che si ha sulla misura in cui è desiderabile attuare l’idea di democrazia. Se è democratico che la legislazione sia esercitata dal popolo, e se, per ragioni tecniche, è impossibile stabilire una democrazia diretta ed è necessario affidare la funzione legislativa ad un Parlamento eletto dal popolo, è dunque democratico garantire quanto più sia possibile che l’attività di ogni membro del Parlamento rispecchi la volontà dei suoi elettori. Il cosiddetto mandato imperativo e la revoca dei funzionari elettivi sono istituzioni democratiche, purché il corpo elettorale sia organizzato democraticamente (H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato, 1945).
Oggi non è forse neppure più vero che esistano ragioni tecniche che rendono impossibile la democrazia diretta. La rivoluzione provocata dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione non solo ha posto in crisi in modo irreversibile il paradigma della rappresentanza, ma ha anche reso possibile la partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica del Paese. Non vi è dubbio che la Rete con la sua rapidità, con i suoi flussi d’informazione, con il suo carattere aperto, sia in grado di assicurare che le decisioni politiche si formino dal basso e orizzontalmente. In questo modo i cittadini possono partecipare direttamente alla vita politica del loro Paese e le decisioni possono essere prese dopo una discussione pubblica che attraverso la Rete li può, in linea di principio, coinvolgere tutti. E allora perché sarebbe ancora necessaria una forma di rappresentanza? Non si può forse risolvere tutto con l’istituto del referendum e con il voto elettronico? Sia chiaro, lo strumento del referendum va incentivato e proprio nel senso auspicato dal M5S, ma da solo – per lo meno in questa fase di transizione – non basta. Il voto espresso nella cabina elettorale oppure da casa in modo elettronico privatizza la democrazia. Alla solitudine del cittadino attuale, chiamato solo a votare per questo o quel partito, non deve subentrare quella del cittadino virtuale. Sarà sufficiente la comunità virtuale, o meglio le comunità virtuali, a soddisfare l’esigenza di comunità? Chi vivrà, vedrà. Intanto non sarebbe male pensare alle comunità reali e queste possono funzionare con delegati in carne ed ossa che per un periodo di tempo limitato si mettono al servizio della collettività. Essi non sono altro che i portavoce dei cittadini, il cui vincolo di mandato deriva dal fatto che, per la prima volta, sono proprio i cittadini a partecipare realmente e attivamente alla vita politica. Sono loro a restare i registi della democrazia e pertanto a decidere quando vogliono (e non soltanto con il voto elettorale) di cambiare gli attori. Allora chiediamoci cosa significhi davvero tutto questo. La rivoluzione democratica del M5S non potrà che introdurre il vincolo di mandato. Non è infatti possibile superare la separazione tra governanti e governati senza dare ai cittadini la possibilità di revocare in ogni momento i loro delegati, i quali non sono più rappresentanti in senso stretto, ma semplici portavoce dei cittadini in Parlamento. Questa è la vera battaglia che, evidentemente, è già iniziata.



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