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I tonni rossi radioattivi di Fukushima contaminano l’oceano Pacifico

Ora si teme che la contaminazione possa estendersi anche all'uomo

Pubblicato il 20/08/2013 da Prevenzione a tavola

Un team di ricercatori statunitensi sostiene di possedere "prove inequivocabili" riguardo la contaminazione del tonno rosso del Pacifico, che, persino in California, porta tracce radioattive determinate dall'incidente nucleare avvenuto a Fukushima. Lo studio, intitolato "Pacific bluefin tuna transport Fukushima-derived radionuclides from Japan to California” pubblicato da Proceedings of the National Academy of Sciences, è nato dalla necessità di comprendere quanto cesio radioattivo venisse rilasciato nelle acque oceaniche dopo la tragedia dell'11 marzo 2011. Il team di ricercatori si domandò se il tonno rosso, che normalmente vive al largo delle coste giapponesi, potesse essere contaminato prima di migrare verso gli Stati Uniti. Per scoprirlo, dunque, sono stati prelevati alcuni campioni di tessuto muscolare di 15 esemplari di pesce, catturati nell'agosto del 2011 nei pressi di San Diego. Dalle analisi successive è emerso come il tessuto contenesse "circa 10 volte in più di cesio radioattivo rispetto al tonno rosso catturato al largo della costa della California nel 2008". Come se non bastasse, "i livelli erano anche circa 10 volte superiore rispetto a quelli del tonno pinna gialla pescato nei pressi della California nel mese di agosto 2011." Nonostante i livelli di cesio fossero molto al di sotto dei limiti fissati in Giappone, la situazione desta comunque e ancora preoccupazione, se non altro perchè la sostanza può diffondersi in tutto l'oceano contaminando anche altri animali, come tartarughe, squali, balene e uccelli marini. Inoltre, il materiale tossico può, ovviamente, finire con il contaminare anche l'uomo, attraverso la pesca e la successiva consumazione degli animali dell'Oceano Pacifico. "I nostri risultati dimostrano che i radionuclidi derivanti da Fukushima nei tessuti animali possono servire come traccianti di origine sia della migrazione sia potenzialmente dei tempi che richiede anche negli animali marini mobili", hanno spiegato gli autori dello studio. Inoltre "fornisce preziosi dati sui movimenti, complementari ai programmi di etichettatura estesi nel Pacifico."



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